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Scuola in vetrina: oltre la facciata
30 gennaio 2012
Oggi in classe abbiamo lavorato su Calvino: il tema erano le “Città invisibili” di Calvino (uno dei miei libri preferiti). Mi è parso naturale dare un’occhiata al contesto visibile che ospita la mia scuola.
Insegno Lettere in un Liceo Scientifico di provincia. La mia scuola è una colata di cemento alla periferia di una piccola città, proprio al confine con i campi e l’area industriale. Non c’è un bar, una mensa, i panini freschi arrivano da fuori, gli studenti affamati si accalcano nell’atrio, i più furbi già qualche minuto prima della campanella. La biblioteca è un accumulo di libri in una mezza aula gelata e chiusa a chiave, ogni anno a rischio estinzione perché gli altri istituti del plesso fanno a gara a rubarci gli spazi. Ovunque il grigio è il colore dominante.
Un tempo insegnavo in una città di lago e quando i miei studenti facevano i compiti guardavo le montagne che si specchiavano nell’acqua. Anche loro guardavano il lago. La bellezza dovrebbe essere un diritto che accompagna chi impara. Mi immagino che sarebbe più gratificante leggere Dante abbracciati da muri antichi, ascoltando i rintocchi di un campanile. Il bello vuole il bello per essere accettato e compreso.
Invece la scuola italiana di oggi è come il mio liceo: pochi soldi, pochi spazi, poco colore. Il giorno dell’open day i professori portano piante da casa per rendere accoglienti gli ambienti. Nell’atrio d’ingresso le piante dei salotti assumono un’aria desolata che però nessuno nota. È con le nostre facce di docenti e studenti che guadagniamo la fiducia dei nuovi iscritti, ce li conquistiamo con la voce, i racconti, soprattutto quelli, entusiasti, dei nostri ragazzi.
Ecco noi non abbiamo montagne innevate o scorci di mare, ma abbiamo i nostri studenti. Quelli che per un anno ci fanno dannare (spesso così rivolti altrove che pare non ascoltino), ma che poi ci sorprendono in un pomeriggio di alleanza speciale. Ogni volta scopri che, al di là dei ruoli, la loro distrazione non è mai stata una fuga, anche se a volte pigri e indolenti in qualche modo ascoltavano. Qualcosa è passato, ti dici.
Mi torna alla mente la chiusa del libro di Calvino.
L’inferno dei viventi non è qualcosa che sarà; se ce n’è uno, è quello che è già qui, l’inferno che abitiamo tutti i giorni, che formiamo stando insieme. Due modi ci sono per non soffrirne. Il primo riesce facile a molti: accettare l’inferno e diventarne parte fino al punto di non vederlo più. Il secondo è rischioso ed esige attenzione e apprendimento continui: cercare e saper riconoscere chi e cosa, in mezzo all’inferno, non è inferno, e farlo durare, e dargli spazio.
Ecco, io non credo che Calvino avesse ragione del tutto: l’inferno, come il paradiso dei viventi sono possibilità e, personalmente, sperimento una fede cieca nell’idea che il bene sia molto più economico e gratificante del male. Però è vero che in un mondo che nasconde la bellezza, che non investe abbastanza sulla cultura e sull’educazione, resta a tutti noi una via personale, civile e anche politica che alla fine, credo, sarà vincente. Questa via mi pare abbia a che fare con una grande attenzione a non diventare parte di quel che non ci piace al punto da non vederlo più, ma di scorgere invece ciò che vale e farlo durare e dargli spazio.
La prof. Silvia, insegnante in un liceo Scientifico



7 febbraio 2012 22:32
Anche a me pare una bellissima sfida quella del “dare spazio a ciò che vale” e mi soffermo un po’ su altre parole di Calvino: “l’attenzione e l’apprendimento continui” che vengono richiesti a noi adulti, ogni giorno, per indicare la bellezza e darle voce.