La festa del patrono degli ospedali richiama il Policlinico universitario dell’Università Cattolica alla propria identità: eccellenza scientifica e sostenibilità sono necessarie, ma trovano il loro senso soltanto nel servizio alla persona, soprattutto quando è povera, fragile o sola.
di Giuseppe Fioroni, Vicepresidente dell’Istituto Giuseppe Toniolo di Studi Superiori
Il 14 luglio la Chiesa celebra san Camillo de Lellis, patrono degli ospedali, degli infermi e di quanti se ne prendono cura. Per la Fondazione Policlinico Universitario Agostino Gemelli IRCCS non è una ricorrenza come le altre: è l’occasione per tornare a interrogarci sulla nostra vocazione e sulla responsabilità che deriva dall’essere il Policlinico dell’Università Cattolica del Sacro Cuore.
San Camillo conosceva la malattia non dall’esterno, ma nella propria carne. Nato a Bucchianico nel 1550, soldato di ventura dalla vita disordinata, fu una piaga al piede curata male a portarlo, ancora giovane, nell’ospedale romano di San Giacomo degli Incurabili. Fu lì, tra i malati più abbandonati — affidati spesso a mercenari indifferenti, quando non a condannati costretti a quel servizio — che la sua ferita personale si trasformò in una forma nuova di prossimità verso chi soffre. Per Camillo il malato non era un numero, un letto, una pratica da sbrigare: era una persona, con la sua storia, le sue paure, i suoi affetti, la sua dignità.
Da questa intuizione nacque, nel 1582, la Compagnia dei Ministri degli Infermi — divenuta poi Ordine religioso, i Camilliani — e una regola destinata a restare attuale nei secoli: servire gli ammalati con quell’affetto che una madre amorevole suole avere per il suo unico figlio infermo1. Non fu solo un’esortazione spirituale. Nel 1591 Camillo e i suoi compagni aggiunsero ai tre voti religiosi abituali un quarto, unico nella storia della vita consacrata: l’impegno di assistenza perpetua, corporale e spirituale, agli infermi «ancorché appestati» — cioè anche a rischio della propria vita. È qui la radice più profonda di ciò che un ospedale cattolico intende quando parla di “prendersi cura”: non un servizio a tempo o condizionato, ma una dedizione che non si ritrae davanti al contagio, alla cronicità, alla morte.
Curare non è soltanto guarire
L’eredità di san Camillo conserva un’attualità sorprendente. La medicina di oggi dispone di conoscenze, tecnologie e capacità diagnostiche che solo pochi decenni fa sarebbero apparse impensabili. Eppure, proprio mentre cresce la potenza tecnica della medicina, cresce anche il rischio opposto: che il malato venga ridotto a un caso clinico, a un percorso procedurale, a una voce di costo.
Curare significa certamente combattere la malattia. Ma significa anche accogliere, ascoltare, accompagnare e, quando guarire non è più possibile, non abbandonare. Significa riconoscere che la fragilità non diminuisce il valore della persona, e che chi non ha denaro, relazioni o strumenti culturali non merita una cura meno attenta di chi dispone di maggiori possibilità.
È la stessa lezione che ci ha lasciato san Giuseppe Moscati — medico, ricercatore, docente universitario — capace di tenere insieme rigore scientifico e dedizione ai poveri. Paolo VI, beatificandolo nel 1975, descrisse la sua professione come «una palestra di apostolato, una missione di carità»2. Nella sua esperienza la professione medica divenne missione senza che questo comportasse alcuna rinuncia all’eccellenza scientifica: al contrario, fu proprio l’amore per il malato a rendere più esigente la ricerca della verità clinica e più rigoroso l’esercizio della professione.
San Camillo e san Giuseppe Moscati ci ricordano dunque che umanità e scienza non sono dimensioni alternative. Una medicina priva di competenza può diventare impotente; una medicina priva di umanità rischia di diventare disumana.
L’efficienza è uno strumento, non la missione
Anche un grande Policlinico universitario deve fare i conti con bilanci, organizzazione, sostenibilità, innovazione, valutazione dei risultati. Sarebbe irresponsabile ignorarlo: efficienza ed efficacia sono condizioni necessarie per garantire la qualità delle cure e la continuità di un’istituzione complessa.
Ma non possono diventarne il fine.
Un ospedale cattolico non valuta una persona in base alla sua redditività, né organizza la propria azione inseguendo solo ciò che produce un ritorno economico più immediato. Deve saper destinare attenzione, competenze e risorse anche alle patologie meno remunerative: le cronicità, la disabilità, la salute mentale, le cure palliative, gli anziani, quanti rischiano di restare ai margini dei percorsi assistenziali.
La sostenibilità economica deve permettere alla missione di continuare, non sostituirsi alla missione. I numeri sono indispensabili per amministrare una struttura sanitaria; non bastano per dire se quella struttura sia rimasta fedele alla propria identità.
Un Policlinico aperto a tutti
La missione della Fondazione Gemelli è offrire ai pazienti «umanità, eccellenza e alta specializzazione nelle cure», favorendo l’innovazione della medicina e formando i professionisti della sanità del futuro3. Sono parole che indicano un impegno preciso: fare del Policlinico un luogo in cui la qualità scientifica non produca distanza, ma diventi servizio accessibile a tutta la comunità.
Il Gemelli non è soltanto un grande ospedale del sistema sanitario nazionale. È un Policlinico universitario nato dall’Università Cattolica e dall’Istituto Giuseppe Toniolo, e porta con sé una responsabilità ulteriore: mostrare concretamente quale idea di persona, di medicina e di società nasca dall’ispirazione cristiana.
Ricordare san Camillo il 14 luglio significa allora chiederci se, in ogni reparto, ambulatorio, laboratorio, ufficio e luogo decisionale, il malato continui a essere riconosciuto come il centro della cura. Significa verificare se chi è povero, solo o privo di voce trovi davvero una porta aperta. Significa formare medici e operatori sanitari capaci non solo di usare le tecnologie più avanzate, ma anche di sostare accanto alla sofferenza senza voltarsi altrove — la stessa capacità di sosta che portò un ex soldato di ventura, guarito nel corpo ma trasformato nell’anima, a inventare un modo nuovo di stare accanto ai malati.
È questa la vocazione più autentica del Gemelli: una comunità scientifica e assistenziale che cura le malattie, ma soprattutto si prende cura delle persone. Un luogo in cui nessuno sia considerato un peso, un costo o un’esistenza marginale. Perché un ospedale cattolico è fedele alla propria identità quando sa riconoscere, soprattutto nel volto dell’ultimo, la persona affidata alla sua responsabilità.
Fu lo stesso padre Agostino Gemelli, nel 1958, a spiegare perché i cattolici italiani aspirassero ad avere una propria Facoltà di medicina: perché il malato, troppo spesso, non era considerato come una persona, ma ridotto a «un numero, uno dei tanti»4. Chiamò quel progetto, coltivato per una vita intera, «il sogno della sua anima». Al suo fianco, la Beata Armida Barelli offrì gli ultimi anni della sua malattia proprio per la costruzione della Facoltà di Medicina e del Policlinico Gemelli di Roma, testimoniando che quell’opera nasceva da un atto d’amore prima ancora che da un progetto scientifico. È in questa duplice eredità — il pensiero di chi la volle e il sacrificio di chi la sostenne — che il Gemelli trova, ancora oggi, la propria vocazione più autentica.
Note
1. La regola è enunciata dallo stesso san Camillo nelle Regole della Compagnia dei Servi degli Infermi (1584, cap. XXVII), che invita a servire i malati con la tenerezza materna verso un figlio unico infermo. Nel 1591 Camillo e i suoi compagni vi aggiunsero il quarto voto religioso di assistenza perpetua, corporale e spirituale, agli infermi anche appestati.
2. Cfr. Paolo VI, Omelia per la beatificazione di Giuseppe Moscati, 16 novembre 1975 (AAS 1975, pp. 714-737). Giovanni Paolo II canonizzò Moscati il 25 ottobre 1987, indicandolo nell’omelia come modello di medico vicino ai poveri.
3. Fondazione Policlinico Universitario Agostino Gemelli IRCCS, Mission e Statuto (policlinicogemelli.it): la Fondazione, in quanto Policlinico universitario di ispirazione cattolica, si propone di coniugare umanità ed eccellenza clinica con l’innovazione della medicina e la formazione dei professionisti sanitari di domani.
4. A. Gemelli, «Perché i cattolici italiani aspirano ad avere una Facoltà di medicina», Vita e Pensiero, 1958, richiamato nel discorso della Rettrice dell’Università Cattolica Elena Beccalli per il 60° anniversario del Policlinico Gemelli, 10 luglio 2024 (cattolicanews.it). Sulla dedizione della Beata Armida Barelli alla costruzione della Facoltà di Medicina e del Policlinico Gemelli di Roma negli ultimi anni della sua vita, cfr. Università Cattolica del Sacro Cuore, profilo biografico di Armida Barelli (centropastorale.unicatt.it).
Fotografia Policlinico Gemelli





